Comunicare con i bambini. Dai primi giorni in poi..

  
Se c’è una cosa che non mi piace sono quelle liste di cose da fare e non fare che spesso compilano i cosiddetti esperti del settore, questo perché le trovo sempre pericolosamente riduttive e anche un po’ presuntuose. Eppure eccomi qui che mi accingo a scrivere un articolo che potrebbe ricordare tanto una di queste liste.. Come mai? Prima di tutto perché come molti esseri umani sono dotata di una buona dose di incoerenza 😉, poi tra gli studi, il mio lavoro e la pratica di mamma ho imparato quanto sia importante come comunichiamo con i bambini e quanto sia facile commettere errori senza rendercene nemmeno conto. Allora quasi quasi vale proprio la pena di scrivervi qualche dritta per evitare almeno gli errori più grossolani, pur sapendo che questa è una goccia nel mare delle tantissime cose che si potrebbero dire sull’argomento..quindi meglio cominciare!
Comunicare con i bambini è una questione molto delicata, per nulla scontata, che richiede tutta l’attenzione di cui siamo capaci noi adulti, che spesso sembriamo esserci dimenticati l’esperienza dello speciale mondo interiore del bambino che pure una volta ci è appartenuto. Per i bambini la comunicazione con gli adulti di riferimento ha un significato vitale, perché attraverso di essa il bambino conosce il mondo e se’ stesso. Ma chiariamo subito che cosa intendo per comunicazione: parole ma non solo! Gesti, tonalità, espressioni del volto sono le prime cose che il bambino impara a decifrare per dare un senso a ciò che lo circonda. I gesti, gli sguardi di chi si prende cura di lui, il tono emotivo, le espressioni che legge sui visi che lo circondano.. di tutto questo il bambino si nutre, è cibo per la crescita della sua anima, da tutto questo trae conforto, rassicurazione, gioia e tranquillità. Attraverso la comunicazione il bambino prende parte e condivide, entra a far parte del mondo, conquista il suo spazio; rivolgendoci al bambino gli comunichiamo che esiste e di cosa è fatta questa sua esistenza: amore, accettazione, gioia, sicurezza.. O tristemente il contrario. 

Come sappiamo man mano che cresce, il bambino acquisisce sempre più la capacità di cogliere il significato delle parole ma queste hanno un peso del tutto diverso da quello che noi adulti intendiamo, in particolare quando pronunciate da una persona importante. Le parole soprattutto nei primi anni di vita possono evocare emozioni forti, quasi palpabili, possono sancire verità indiscutibili sul mondo e su se stessi, possono essere formule magiche che guariscono o che dolorosamente condannano e ammalano.

Ma torniamo al tono di voce che abbiamo detto è fondamentale: l’essere umano fin dai primi giorni di vita recepisce principalmente il modo con cui pronunciamo le parole, secondariamente il significato delle parole stesse. Cosa molto ma molto importante per i piccolissimi è parlare in modo calmo e dolce, e vedrete come vi ascoltano! Qualcuno penserà che sono impazzita..fin dai primi giorni di vita?? Ma adesso questa psicologa ci dice di parlare con i bambini appena nati?? Eh si ve lo dico proprio.. Parlate con i vostri bimbi dai primi momenti della loro vita fuori dalla pancia! 

E di cosa parliamo? Direte voi.. parlate di tutto tutto quello che volete! del tempo, delle scarpe che vi piacerebbe comprare, delle docce che non avete più il tempo di fare..di tutto ma soprattutto di quello che fate col vostro pupetto: spiegate tutto, descrivete dove sono, cosa fanno lì, chi sono le persone intorno ecc.ecc.. Potete anche parlare male della suocera almeno per i primi giorni di vita gli esperti sono quasi sicuri che non possano capire! 😉 fossi in voi però prediligerei parole d’amore perché quelle si sa sono parole magiche.

Anche la gestualità è importantissima. Maneggiateli con cura! Non strapazzateli, nemmeno di coccole! Nei primi mesi la comunicazione passa attraverso i gesti di accudimento, la gentilezza e l’amorevolezza con cui li solleviamo, li cambiamo, li spostiamo ecc..sono importanti per comunicare al nostro bimbo tutto il nostro amore e il nostro rispetto che sono VITALI per lui/lei. Trattiamoli con riguardo anche se a volte nella frenesia della vita quotidiana ci verrebbe un po’ da maneggiarli come pacchi postali! Accompagnare le varie operazioni quotidiane con delicatezza e rispetto e con parole semplici pronunciate con tono gentile è di estrema importanza. 

Lo sapevate? Dai sei/sette mesi il bambino inizia a capire le prime semplici parole, ma il tono di voce, la gestualità, le espressioni del volto rimangono comunque i primi canali attraverso i quali si da senso alla comunicazione. 

Dai più piccoli ai più grandi quindi.. se dire no e mettere dei limiti sarà necessario, farlo con gentilezza e rispetto lo è altrettanto; ovviamente in situazioni di emergenza e con il bambino a distanza il tono di voce aumenta per avvisare del pericolo, passato il momento meglio prendersi un attimo per spiegare con calma l’accaduto. 
Per quanto riguarda il contenuto, l’argomento sarebbe praticamente inesauribile ma qui ci limitiamo ad alcune cose essenziali. Prima di tutto, sembra ovvio ma non lo è, evitare di usare termini difficili e poco comprensibili dal bambino, tante volte capita di sentire genitori che parlano coi bambini come se stessero parlando a un adulto. E qui si potrebbe aprire una “bella” parentesi sulla società in cui viviamo… Ma questa volta ve la schivate!😄 Anche gli argomenti dovrebbero essere coerenti con la fascia di età del bambino, i bambini ascoltano e sentono tutto, non parliamo con loro o in loro presenza di argomenti che non sono in grado di capire e tantomeno “digerire”. 

Importantissimo.. non parliamo in loro presenza di loro come se non fossero lì!! E a questo proposito in particolare evitiamo i soliti discorsi del tipo: lui/lei è così/cola’, fa questo/quello ecc.. Ecc.. È’ poco rispettoso ed espone il bambino alla pericolosissima pratica di sentirsi appiccicare delle etichette addosso, parlando con i bambini e’ anche molto meglio evitare di sentenziare: tu sei fatto così ecc.. Ecc.. Ricordiamoci anche dell’effetto della famosa profezia che si auto-avvera. 

Altra cosa che può sembrare ovvia ma non lo è: quando capita di dover riprendere il bambino per qualcosa meglio non usare frasi del tipo: non capisci niente, guarda cosa hai fatto, sei stupido/a, Non ti vergogni o vergognati!! Ecc.. Ecc.. Queste parole sono estremamente umilianti e pesanti per un bambino e non vanno mai usate. Se succede qualcosa che non va e si deve comunicare al bambino, bisogna spiegare con calma e motivare evitando di appesantire con parole offensive e accusatorie che non sono assolutamente necessarie per fare capire il messaggio. Parole come queste feriscono profondamente il bambino e possono imprimersi, come sentenze inderogabili, soprattutto se usate abitualmente, con conseguenze anche importanti sulla serenità emotiva del bambino e sull’immagine di se’, degli altri e del mondo in cui vive. 

Sempre a questo proposito quando pronunciate frasi del tipo si deve, non si può, i bravi bambini fanno questo.. i bravi bambini non fanno quest’altro.. Chiedetevi che tipo di messaggio state mandando al bambino, e se è davvero veritiero quel messaggio, e da dove viene? 

Mi spiego meglio.. spesso attraverso queste frasi tendiamo a ripetere quasi automaticamente formule apprese a nostra volta da figure genitoriali, trasmettere i propri valori e le proprie credenze non è sbagliato ma dovremmo assicurarci molto più spesso di quanto non facciamo che questi valori e queste credenze siano funzionali e costruttivi per il bambino a cui ci rivolgiamo e magari anche per l’adulto che sarà! Ad esempio.. è proprio vero che i maschietti non piangono? E che le femminucce non fanno certe cose??? A cosa possono portare questi messaggi? Riuscite a immaginarlo? E quando diciamo cose del tipo: sei un bimbo grande adesso.. Questa cosa non si fa! Sarà davvero così? La famosissima frase: big boys/girls don’t cry! I bambini grandi non piangono.. Mah!! Perché poi i bambini grandi non debbano piangere non si sa.. Io a 35 anni compiuti ne faccio ancora di pianti! E li trovo proprio utili, in certi casi necessari e curativi! Figuriamoci per un bambino in crescita con tutte le emozioni ancora da imparare a conoscere e gestire..ma cosa ci verrà in mente a noi grandi a volte?!!! Purtroppo come già detto in altri articoli, anche noi siamo ” vittime ” di messaggi che ci sono stati trasmessi e che abbiamo registrato, ma la bella notizia è che si può sempre metterli in discussione e decidere di interrompere la catena se vogliamo e lo riteniamo giusto da Adulti. 

Una parte irrinunciabile della comunicazione è fatta di silenzi, pause, ascolto. È importantissimo lasciare al bambino fin dai primi mesi lo spazio per esprimersi, anche quando presi dall’entusiasmo vorremmo sommergerlo di complimenti, versetti ecc..ecc.. Fare una pausa e aspettare che il bambino risponda, a modo suo, è necessario allo sviluppo delle capacità comunicative e del linguaggio. In seguito con i bambini più grandi teniamo sempre presente che nel parlare è indispensabile aspettare i tempi del bambino (che non sono i nostri!!) per avere uno scambio che ci permetta di comunicare davvero. Ricordiamoci anche che uno dei bisogni irrinunciabili dei bambini è quello di essere ascoltati e “visti”, riconosciuti nella loro esperienza, e se sappiamo prestare attenzione possiamo cogliere l’esigenza di condividere o di avere un rimando che dia un senso al loro vissuto che per loro può non essere sempre facile da comprendere e gestire. Tanti cosiddetti capricci nascono anche dal fatto che questa esigenza non viene accolta dagli adulti di riferimento!

Per comunicare con i bambini serve attenzione, tempo, energia. Spegnete i vostri cellulari, tablet, televisioni.. staccate la spina dai problemi di lavoro, casa ecc..ecc..Prendetevi tempo e spazio per ascoltarli davvero e comunicare “bene”; rimarrete sorpresi da quante cose vi erano sfuggite dei vostri bambini e dal miracoloso potere del dare attenzione. 

“Dite: è faticoso frequentare i bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete: Perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca. E’ piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

 (Janusz Korczak: “Quando ridiventerò bambino”, Lumi Editrice)

Nei miei articoli spesso evito volutamente riferimenti troppo tecnici a teorie psicologiche, per chi volesse approfondire i temi in modo più specifico alcuni titoli di libri! E per chi non ha la pazienza di leggere un libro alcuni spunti carini da internet.
http://www.massaggio-infantile.it/essere-genitori/comunicare-con-i-figli/

http://www.semplicementemindfulness.com/2015/05/quattro-suggerimenti-pratici-per-genitori-mindful/

http://www.bambinonaturale.it/2015/01/educare-bambino-rispetto-cambio-pannolino/
Stern D.N., Le interazioni madre-bambino, Cortina, 1998
Stern D.N., Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1987
Threvarten C. Empatia e biologia, Cortina, 1998
Marshall Rosenberg Crescere i Bambini con la Comunicazione Nonviolenta

Ritorno al passato.. Quanto ci influenza la nostra storia?

 Il passato ci appartiene, ma noi non apparteniamo al passato: noi siamo del presente.  

Mahatma Gandhi

 

Quanto ci influenza il nostro passato? Quanto possiamo dire di essere liberi nelle nostre scelte, nei nostri pensieri e convinzioni, nelle nostre risposte emotive; quanto di tutto quel che viviamo e’ autenticamente nostro? Quanto invece è frutto dell’influenza di chi ci ha cresciuto, e di quelle figure che nei primi anni sono state tutto il nostro mondo? Proviamo a rifletterci un po’ insieme, partendo da qui..

Tutti noi nella vita di ogni giorno possiamo trovarci in situazioni “calde” nelle relazioni con gli altri, momenti di conflitto o tensione che non sempre è facile gestire e nei quali possono emergere emozioni e vissuti ai quali fatichiamo a dare un senso. Sperimentiamo un disagio intenso, siamo insofferenti, pieni di rabbia o tristezza, a volte ci sembra di non riuscire a mettere confini..  Cosa succede?!

Spesso non siamo consapevoli che nella situazione presente c’e qualcosa che ci mette, nel profondo, in contatto con un vissuto del nostro passato, qualcosa che col passare del tempo si è come cristallizzato dentro di noi, al di fuori della nostra consapevolezza. Spesso questi vissuti riguardano le nostre figure di riferimento: soprattutto i genitori, ma anche altri familiari stretti, insomma le persone più importanti, i nostri punti di riferimento da bambini. Da queste figure centrali nella vita di ogni bambino, abbiamo ricevuto quotidianamente messaggi impliciti ed espliciti, quindi espressi a parole o attraverso elementi non verbali: comportamenti, atteggiamenti, toni di voce, espressioni del viso ecc.. Rispetto ad ogni messaggio ricevuto abbiamo sperimentato delle emozioni, certi pensieri e certe fantasie, abbiamo anche preso decisioni su cosa avremmo fatto in risposta a questi messaggi. Teniamo sempre conto che il bambino nelle diverse età che attraversa ha un modo speciale di pensare, sentire e sperimentare gli eventi e ciò che gli viene trasmesso, capita di dimenticare che il bambino non è un adulto in miniatura, e’ invece caratterizzato da un mondo interiore molto differente dal nostro ed elabora e interpreta gli eventi in modo differente. 

Le decisioni prese con le emozioni e pensieri che abbiamo sperimentato, sono stati il miglior modo possibile che da bambini abbiamo avuto per affrontare quella situazione e per gestire determinati messaggi, ma da adulti potremmo scoprire che ci sono modi più costruttivi per noi nel nostro presente. Se riconosciamo tutto questo, possiamo scegliere di cambiare queste antiche decisioni, le convinzioni, e le emozioni collegate; entrando in dialogo col nostro passato, con il nostro Bambino e con le figure che sono state importanti per noi. Quando durante un percorso terapeutico si lavora tornando al passato, non si tratta di dare la colpa a genitori, sorelle, fratelli, nonni! ma di andare alla radice del nostro dolore, rabbia ecc.. stando in ascolto, accogliendo il nostro Bambino per capire e in un certo senso “fare pace” col passato; tornando al presente con una consapevolezza nuova e con la possibilità di prendere nuove decisioni e fare nuove scelte buone per noi. 

Prendere consapevolezza ed elaborare le situazioni passate che ci influenzano ancora, ci permette di evitare modalità automatiche di risposta, stando in contatto con il nostro il presente e migliorando la relazione con gli altri e con noi stessi. Purtroppo in certi casi lasciarsi definitivamente il passato alle spalle può sembrare impossibile, ma è davvero possibile usare risorse e strumenti concreti per migliorare il nostro presente, liberandoci dall’influenza subdola di situazioni passate che ci vincolano ancora solo perché restano vive da qualche parte dentro di noi.

Il passato non è modificabile ma nel nostro presente possiamo agire per sentirci meglio e vivere al meglio la nostra vita. 

Capirsi meglio con l’analisi transazionale: gli stati dell’ Io.

    
L’analisi transazionale fornisce una spiegazione molto chiara ed efficace di come siamo fatti dal punto di vista psicologico e di come funzioniamo nelle relazioni con gli altri, essa si basa sul modello degli Stati del’Io. Uno stato dell’Io e’ un insieme di emozioni, pensieri e comportamenti, ognuno di noi ha uno stato dell’ Io Genitore, uno stato dell’Io Bambino e uno stato dell’Io Adulto. In un qualsiasi momento della giornata, nelle diverse situazioni, quando interagiamo con gli altri o con noi stessi, il nostro comportamento, le nostre emozioni, i nostri pensieri possono venire dal nostro stato dell’Io Genitore, dal nostro Bambino, o dallo stato dell’Io Adulto. Ma vediamo meglio di cosa si tratta!
IL BAMBINO. Quando siamo nello stato dell’Io Bambino pensiamo, sentiamo, agiamo come se fossimo ancora bambini: a uno, tre.. cinque anni. Nello stato del bambino possiamo funzionare come Bambino Adattato: quasi ci fosse ancora un genitore che sta a vedere o a sentire, in modo controllato e compiacente o anche ribelle; come da bambini abbiamo imparato a fare per ottenere attenzione o affetto. Oppure possiamo essere com’ eravamo da piccoli nelle occasioni in cui non ci adattavamo, ne’ ci ribellavamo ai nostri genitori, allora siamo nel Bambino Libero o Naturale: sentiamo, pensiamo e agiamo in modo spontaneo e creativo, libero da pressioni.

IL GENITORE. Quando siamo nello stato dell’ Io Genitore stiamo “copiando” ciò che abbiamo imparato dai nostri genitori in termini di comportamenti, pensieri ed emozioni.Il nostro Genitore può funzionare da Genitore Normativo: che detta regole, stabilisce punizioni, fissa i valori da seguire o da Genitore Affettivo: che si prende cura, fornisce affetto e sicurezza. 

L’IO ADULTO. E’ un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti che sono risposte dirette al qui e ora. Quando siamo nel nostro Adulto stiamo agendo, sentendo e pensando in risposta alla situazione presente, utilizzando tutte le mie risorse e le capacità da persona adulta.

Tutti gli stati dell’ Io hanno aspetti positivi, nella misura in cui ci permettono di vivere in modo adeguato e costruttivo la situazione presente e aspetti negativi, nel momento in cui riproducendo inconsciamente modi di sentire, agire, pensare del passato, non riusciamo a rapportarci in modo soddisfacente alle situazioni e alle persone del presente. Ognuno di noi possiede ed utilizza tutti e tre gli Stati dell’Io, sebbene possa esservi la tendenza a essere per più tempo in uno dei tre.
Ogni stato dell’Io si esprime ed entra in relazione con gli altri nelle diverse situazioni in cui ci veniamo a trovare e non va sempre tutto liscio! Potremmo ad esempio sperimentare una sorta di conflitto interno in una determinata situazione, come se fossimo spinti in due direzioni diverse.. Potremmo desiderare di agire, sentire, pensare in un certo modo e non esserne capaci. Oppure semplicemente vedere che in certe situazioni o relazioni va tutto storto e non capire perché! E molto altro..Ecco perché essere consapevoli dei nostri stati dell’Io, di come funzionano e di come li “utilizziamo” nelle diverse situazioni, ci consente di comprendere meglio noi stessi e gli altri e di imparare ad interagire in modo efficace e costruttivo in risposta ai nostri bisogni autentici e attuali. 

E voi oggi siete stati più nell’Adulto, nel Bambino o nel vostro Io Genitore? 😉
Io scrivendo l’articolo dovrei essere stata quasi tutto il tempo nell’ Adulto..ma pensandoci bene nella mia testa qualcuno mi diceva di scrivere meglio, spiegarmi meglio, fare attenzione alla punteggiatura! Quello sembrava proprio il mio Genitore.. Con il sii perfetto! E quando mi stiracchiavo guardando fuori dalla finestra e sognando ad occhi aperti le vacanze al mare?? Mi sa che quello era il mio Bambino! 😁

Chi si ferma e’ perduto! O forse fermandosi ci si ritrova..

   
Riuscite a fermarvi? Oppure avete sempre qualcosa da fare? Riuscite a fare qualcosa essendo totalmente presenti in quello che state facendo o avete sempre mille pensieri per la testa e mentre fate una cosa pensate a tutte le altre che dovete ancora fare? Siete in grado fermarvi e addirittura osare far nulla?? E per nulla intendo proprio niente! Al massimo vi concedo un’osservazione attenta del soffitto! 

Se la risposta a tutte queste domande è no, e se di fronte all’ultima proposta siete rimasti basiti o peggio ancora vi siete sentiti inorriditi al solo pensiero, avete decisamente bisogno di fermarvi o perlomeno dovreste iniziare a pensare di farlo. Lo so, lo so.. state già obiettando che voi non potete fermarvi! Avete mille cose da fare e mille altre a cui pensare: il lavoro, la casa, il cane, la famiglia, le vacanze!! Il fatto è che così come voi siete sicuri di non potervi fermare, io sono altrettanto sicura che in realtà potete farlo. Non solo, sono proprio sicura che dire basta a tutto questo correre, affannarvi, preoccuparvi e pianificare vi aiuterebbe enormemente a trovare le energie per fare le cose che contano davvero, e farle bene. Vi sorprenderebbe come piccoli accorgimenti e cambiamenti nelle nostre abitudini pratiche e mentali possano farci sentire molto più soddisfatti e sereni alla fine di una giornata, piuttosto che pieni di pensieri su tutto quello che non avete fatto e che dovete ancora fare. 

Avete presente la parola mindfulness? Questa parola così di moda, così diffusa e allo stesso tempo misteriosa.. Chi lo sa cos’è mindfulness? Si sente dire:” io pratico mindfulness, faccio mindfulness” sembra anche un po’ con la puzza sotto al naso questa mindfulness! Invece no, la mindfulness e’ una cosa veramente semplice, già con l’articolo davanti all’emiliana sembra più abbordabile no? 😉 Mindfulness significa in breve: attenta consapevolezza, io la definirei semplicemente prestare un’ attenzione completa, piena al presente. Gli esperti la definiscono così: ” Mindfulness è uno stato mentale, una modalità dell’ essere, non orientata a scopi, il cui focus è il permettere al presente di essere com’è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente”(Teasdale). Meraviglioso no? Già solo questa definizione da un senso di rilassatezza! 

Ma il punto qual’è? Il punto è che possiamo chiamarla in molti modi possibili, ma l’essenziale è la riflessione che sta dietro questo concetto, ovvero che noi tutti presi come siamo da mille impegni e mille pensieri, non siamo mai davvero presenti in ciò che facciamo e questo aumenta enormemente la possibilità di essere insoddisfatti e stressati. A volte siamo così presi da questo vortice che nemmeno riusciamo ad essere consapevoli di quanto siamo insoddisfatti e nevrotici a causa di questo stile di vita e di pensiero. Sentiamo un disagio più o meno sottile, siamo sempre piuttosto nervosi, a volte arrabbiati ma non ci chiediamo nemmeno perché! Spesso e volentieri ci si abitua a vivere nel disagio e nel mal-essere!! Io credo che sia anche perché vediamo che sono in tanti a tirare avanti così, magari anche in famiglia abbiamo avuto questo modello, e tutto sommato ci sembra normale, lo diamo per scontato. Invece no!!

E torniamo alla mindfulness, che non è solo un concetto ma un insieme di pratiche che ci rieducano a stare nel presente e a vivere in modo più consapevole, ottenendo davvero tanti benefici mentali e fisici. Ne cito solo alcuni perché la lista è davvero lunga e alla fine dell’articolo vi darò indicazioni per chi volesse approfondire. Ma stiamo nel presente! Benefici della pratica mindfulness:

  • Riduce la pressione arteriosa
  • diminuisce il tasso di colesterolo nel sangue 
  • migliora la qualità del sonno, aiuta a contrastare l’insonnia
  • aumenta la capacità di concentrazione
  • riduce l’ansia
  • aumenta l’equilibrio emotivo
  • amplifica le emozioni positive e aiuta ad accettare quelle negative
  • fornisce nuove prospettive di osservazione e comprensione della propria realtà 
  • ecc..Ecc.. 

Allora praticare mindfulness fa proprio bene! Ma in cosa consiste?? Il bello è che queste tecniche sono davvero “semplici”, a dire la verità più facili a dirsi che a farsi, perché si tratta di mettere in pratica esattamente l’opposto di ciò che abitualmente facciamo. Vi suggerisco una prova semplice: prendete un momento qualsiasi della vostra giornata, la passeggiata col cane, un giro al parco con i bambini, la pausa al lavoro, quello che volete. Provate a rallentare il respiro, respirate profondamente e sentite il vostro corpo con le sensazioni che vi manda: il calore del sole, la panchina sotto il sedere, la sensazione della manina di vostro figlio nella vostra, il guinzaglio ruvido contro la mano.. Concentratevi sulle vostre sensazioni e sul vostro respiro e lasciate scorrere i pensieri senza seguirli senza prestare attenzione, respirate e rimanete con le vostre sensazioni. 

Se ci sarete riusciti anche solo per un minuto siete stati dei praticanti di mindfulness 😉 ma soprattutto avrete sperimentato quanta calma e serenità può darci questa esperienza. Naturalmente Mindfulness è molto di più, sicuro è che la pratica regolare migliora davvero la qualità della nostre giornate, ma anche le nostre relazioni e il nostro lavoro; con un reale aumento del nostro benessere, insomma gli effetti sono davvero sorprendenti. Provare per credere! 

Per chi volesse saperne di più:

http://www.centromindfulness.net/mindfulness/benefici-della-mindfulness.html

Libri: 
Jon Kabat Zinn “Mindfulness per principianti” Mimesis Edizioni

Elisha Goldstein, Bob Stahl “Il programma Mindfulness” Essere Felici Edizioni 

Siegel D. J., Mindsight ” La nuova scienza della trasformazione personale”  
Raffaello Cortina editore

Se volete saperne ancora di più.. contattatemi! In pochi incontri potrete apprendere alcune tecniche di Mindfulness e altri esercizi pratici per aumentare il benessere e ridurre lo stress.

E’ stupefacente quanto sia liberatorio l’essere capaci di vedere che i tuoi pensieri sono solo pensieri e che non sono “te stesso” o “la realtà”…il semplice atto di riconoscere i tuoi pensieri come pensieri, può renderti libero dalla realtà distorta che essi spesso creano e genera un maggior senso di chiarezza e di padronanza sulla tua vita” Kabat-Zinn  

Le persone cambiano! Cambiano davvero! 

 

Non è facile trovare il coraggio di cambiare, tirare la testa fuori dalla sabbia e fare qualcosa.. Quanti di noi vivono una vita incompleta e insoddisfacente, dando la colpa di volta in volta alle circostanze, agli altri, alla vita, al passato? Quante persone si accontentano e tirano avanti stressati dal lavoro, infelici nell’ennesima relazione con la “persona sbagliata”, o bloccati dalle troppe paure. Ci si adagia nel tran tran della vita quotidiana e si aspetta il fatidico giorno in cui le cose andranno meglio: finalmente troverò il lavoro giusto, la persona giusta, avrò il coraggio di fare quel viaggio ecc.. E nell’attesa i giorni passano, la frustrazione cresce e il fatidico giorno non arriva. Allora ci chiediamo: come mai? Probabilmente andremo a cercare le cause della nostra insoddisfazione e del nostro malessere altrove o forse ci lasceremo distrarre comprando di più, mangiando di più, chiacchierando delle sfortune altrui, facendoci più selfie ecc ecc.. noi esseri umani abbiamo messo a punto moltissimi modi di evitare il problema!

E dire che la soluzione è più facile di quel che sembra, infatti è proprio impossibile cambiare il passato, cambiare gli altri, cambiare la vita.. Ma è davvero possibile cambiare noi stessi! Ed è l’unico modo per stare bene e per vivere la vita che davvero vogliamo. Nulla può trasformarsi nelle nostre vite se il cambiamento non parte da noi, ed e’ impressionante vedere come le cose si muovono e cambiano quando finalmente ci decidiamo a guardarci dentro e a iniziare un percorso di cambiamento. Scopriremo che non era poi così difficile e guardandoci indietro penseremo: ma come facevo a vivere così?! 

Poi c’è chi pensa di non poter cambiare.. La solita vecchia convinzione: io sono fatto/fatta così. La maggior parte delle volte sono bugie che ci raccontiamo, per difenderci da un cambiamento che ci fa paura. Avete presente il vecchio detto? Chi lascia la strada vecchia per la nuova.. Siamo diffidenti e paurosi quando si tratta di cambiare e allora ce la raccontiamo in tutti i modi. 

Vi confesso una cosa: durante il mio percorso formativo c’è stato un momento in cui ho dubitato della possibilità di cambiare per certe persone.. All’epoca avevo una carissima amica con un disturbo piuttosto grave, uno dei più resistenti al trattamento. Ero dal mio terapeuta, il mio caposcuola, un vero mentore per me; gli parlai delle mie perplessità e gli dissi che dubitavo dell’efficacia del nostro lavoro in certi casi. E questo mio maestro, questo anziano terapeuta mi disse: ” le persone cambiano Diana, cambiano davvero e tu puoi aiutarle!” Istantaneamente mi convinse, probabilmente per la fiducia illimitata che nutro nei suoi confronti, poi negli anni ho avuto la certezza che quello che mi diceva era proprio vero e la primissima conferma e’ venuta da me e dal mio cambiamento. Quando penso a quel momento di dubbio sono davvero felice di essere andata a fondo e di aver cercato le risposte alle mie domande continuando la mia formazione, adesso so che le persone possono cambiare anche dopo molto tempo, migliorando veramente la propria qualità di vita. Le persone cambiano, recuperano spazi di libertà e la possibilità di agire per lasciar andare quello che non vogliono e realizzare ciò che desiderano davvero. 

All’inizio del colloquio faccio sempre questa domanda al paziente: che cosa vuoi qui per te oggi? E a fine colloquio verifichiamo dove siamo arrivati rispetto alla domanda iniziale. Un po’ alla volta, una domanda alla volta si costruisce il cambiamento. Concludendo voglio invitare il lettore a porsi la stessa domanda.. Che cosa vuoi per te? Di che cosa hai bisogno? Ti piace la tua vita? O hai bisogno di un cambiamento? Se è così, datti fiducia e comincia da te.. Un passo alla volta. 

Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimanere fermi.

Roberto Benigni

Perché rifiutare consulenze di natura psicologica da una persona non adeguatamente e specificatamente formata.

  

– la materia: l’essere umano, è più complicata di quello che sembra; anche se il fatto che tutti ne parlino fa sembrare che non sia così.

– uno psicologo ha un percorso formativo di sei anni, uno psicoterapeuta ha impiegato dieci anni a formarsi. Il percorso comprende teoria e PRATICA, il terapeuta è tenuto a lavorare su di se’ in prima persona e anche solo questo fa un’enorme differenza! In più se pensate di dedicare sei/dieci anni della vostra vita a qualcosa che vi costa notevoli sforzi fisici, mentali, emotivi..avrete un’idea della motivazione che le persone che decidono di diventare psicologi o psicoterapeuti hanno nello svolgere il proprio lavoro. 

– chi vi offre un aiuto di tipo psicologico, dandovi consigli buttati lì, senza averne le competenze non solo manca di rispetto a voi come persone con la complessità di ciò che vivete, ma manca anche grandemente di umiltà e di onestà. Onesta’ e umiltà di ammettere che non è il loro ambito di competenza. 

– affidarsi a persone non competenti comporta dei rischi. Prima di tutto il rischio di sottovalutare il problema, secondo la possibilità di peggiorare le cose. Chiedetevi anche che tipo di responsabilità si assume la persona a cui vi affidate, nello svolgimento del proprio lavoro; gli psicologi e gli psicoterapeuti hanno un codice deontologico con una serie di regole professionali ed etiche che devono rispettare, pena la denuncia all’ordine con conseguenze anche pesanti. 

– siate consapevoli che un percorso terapeutico non deve rendervi dipendenti da una persona/trattamento, ma avere l’obiettivo di rendervi in grado di riappropriarvi delle vostre risorse personali, così che sarete voi stessi i protagonisti del vostro cambiamento e concluso il percorso potrete camminare con le vostre gambe.

– il percorso con uno psicologo o psicoterapeuta può sembrare più lungo o più faticoso, in realtà non esistono scorciatoie in un cammino che ci consenta di ottenere davvero il cambiamento che vogliamo. Investire una volta per tutte in un lavoro ben fatto, vi farà risparmiare tempo e denaro e vi restituirà alla grande ciò che avete investito in termini di risorse materiali e non. 

Per concludere.. ognuno nel proprio ambito di competenza può esservi utile a trovare le risposte che cercate, importante essere consapevoli di cosa state cercando e di chi avete di fronte. Do per scontato che anche gli psicologi e gli psicoterapeuti commettano errori nel proprio lavoro come tutti, non siamo perfetti! Anche se molti di noi scoprono di avere un sii perfetto 😉.. Parlo arabo? Leggete nel blog! 

Chi ha paura della perfezione?!

  
Per sentirvi “a posto” dovete fare sempre tutto bene? Quando fate qualsiasi cosa.. un esame, una torta, un lavoro per il capo siete più inclini a vedere le cose che non avete fatto perfettamente piuttosto che quelle che avete fatto bene? Cominciate a fare qualcosa solo se siete sicuri di poterla fare proprio in modo perfetto? Quando fate qualcosa, anche per divertimento dovete farla al meglio? Da bambini potreste aver ricevuto il messaggio spinta: sii perfetto! 

Breve premessa: in analisi transazionale si sostiene l’importanza dei messaggi verbali e non verbali dei genitori nella costruzione della percezione del bambino di se stesso, degli altri, del mondo. 
I messaggi spinta sono comandi che i genitori comunicano al bambino in modo più o meno consapevole, condizionamenti ad essere in un certo modo che vengono trasmessi nei primi anni della nostra vita con lo scopo di ottenere un certo stile di comportamento. Data l’importanza delle figure di riferimento che trasmettono questi messaggi, il bambino ha la convinzione che sia necessario seguirli per essere amati e degni di valore; i messaggi spinta secondo l’analisi transazionale sono diversi: sii perfetto, sii forte, sforzati, cerca di piacere, sbrigati.
La spinta ad essere perfetti e’ una delle più comuni e può essere trasmessa al bambino in tanti modi: con la prescrizione di prendere sempre i voti migliori a scuola, eccellere negli sport o negli hobby, non sporcarsi mai i vestiti ecc.. Il bambino che riceve questo tipo di spinta, molto probabilmente diventerà un adulto che tenderà sempre ad un proprio ideale di perfezione, con la convinzione inconscia che questo sia l’unico modo per meritare accettazione, stima e amore da parte degli altri. Questo ideale di perfezione, sarà quindi il metro di misura per il proprio valore. 

Come sappiamo la perfezione e’ un concetto irreale, astratto non raggiungibile. Come giudicherò me stesso se valgo solo a condizione di raggiungerla? Come farò a fare le cose, se la condizione per farle e’ che siano perfette? Che tipo di relazioni avrò, se per essere amato e degno di stima devo essere perfetto?

Se il sii perfetto dentro di noi e’ molto forte, il risultato potrebbe essere paralizzante e potremmo essere condannati ad uno stato di perenne insoddisfazione. Uno degli obiettivi della terapia sarà individuare i messaggi spinta che ci sono stati trasmessi e metterli in discussione, mirando ad alleggerire l’influenza che hanno su di noi.   

Perché non eliminarli direte voi? Non sarebbe perfetto?!😉

Credo che anche facendo terapia sia sempre bene rinunciare ai nostri ideali di perfezione, da parte del cliente e del terapeuta; avendo sempre in mente che l’obiettivo non è e non può essere quello eliminare le nostre ombre, ma di integrarle e farcele amiche come unica strada percorribile per interrompere l’auto-sabotaggio. 

Emozioni giuste vs emozioni sbagliate..ma davvero?!

 

Tempo fa leggendo l’opuscolo di uno dei tanti metodi preconfezionati proposti alle persone in cerca di risposte alle difficoltà della vita, mi sono trovata di fronte ad una spiegazione che mi ha lasciato molto perplessa, ovvero che l’origine di molti problemi sarebbero le cosiddette emozioni sbagliate. Tra cui nel suddetto opuscolo si elencavano: rabbia tristezza, paura.. Sorge subito una domanda: ma chi lo dice che bisogna essere sempre felici?! E che tristezza e rabbia e tante altre emozioni, diciamo non proprio comode, non andrebbero sperimentate?! Certo vivere queste emozioni può essere faticoso e scegliere semplicemente di non sentire può sembrare più semplice, ma il prezzo da pagare è davvero molto alto: prima di tutto fingeremmo con noi stessi e con gli altri, tagliando fuori una fetta di esperienza e fuggendo dalla vita che (ahimè) è fatta anche di questo. Ma allora potreste dirmi: già la vita ci mette davanti a prove difficili perché non cercare di starci male il meno possibile?! Certo è comprensibile, nessuno vuole soffrire più del necessario, il fatto è che evitando le emozioni cosiddette negative si rischia di soffrire di più, questo perché l’emozione “spiacevole” come quella “piacevole”, ha sempre un significato. Quando sono in una situazione che mi rende felice il messaggio sembra essere: bene continua così! Quando vivo un disagio, quando provo paura, tristezza o rabbia il messaggio è: c’è qualcosa che non va! 

Avete mai pensato al perché noi esseri umani ci emozioniamo? La risposta è che le emozioni hanno una funzione vitale, sono messaggeri che ci segnalano se le nostre esigenze sono soddisfatte o meno. Ogni emozione sorge in una situazione specifica: la felicità quando i nostri bisogni sono soddisfatti, la paura in presenza di pericolo, la rabbia quando non riusciamo a soddisfare un’ esigenza per noi importante, la tristezza e il dolore quando affrontiamo una perdita. Per questo se io non ascolto l’emozione e il messaggio che porta con se’ potrei peggiorare le cose: proprio per la sua funzione vitale se non viene ascoltata l’emozione potrebbe intensificarsi fino alla patologia, cronicizzarsi o trasformarsi in sintomo fisico.

Spesso e volentieri poi, ci rimproveriamo per i nostri stati d’animo, la nostra testa è piena di non dovresti: non dovresti arrabbiarti, non dovresti essere in ansia, non dovresti essere triste! Anche questo può spingerci a fingere di non sentire, e questa colpevolizzazione può paradossalmente peggiorare ancora di più le cose: così che ci sentiremo ancora più tristi, arrabbiati, spaventati. 

Ovviamente il discorso è molto più complesso è articolato di così, quello che mi preme comunicare è che ogni emozione ha un significato e un messaggio che va ascoltato e non c’è nulla di male nel non riuscire a mettere a tacere le nostre emozioni più profonde con una semplice tecnica di pensiero positivo, ad esempio. Questo perché dietro a quell’emozione “difficile” c’è qualcosa di importante per noi e per la nostra vita, e il nodo può essere “sciolto” solo accogliendo e ascoltando, poi cercando di dare una risposta al bisogno che sta dietro. Altre volte il nodo può essere solo allentato ma almeno si prende un po’ di respiro! E in alcuni casi basta proprio solo questo: respirare e darci il permesso di sentire quell’emozione, e già il fatto di non doverla più reprimere e non dover fingere di non sentire ci darà sollievo e avremo anche più energie per focalizzarci sul nostro vero bisogno. Contratti nello sforzo di combattere emozioni e pensieri sgraditi ne rimaniamo intrappolati, quando invece siamo liberi di vivere l’emozione abbiamo la possibilità a tempo debito di lasciarla andare. 


Lettera alle mamme coi sensi di colpa

 
     

Andiamo subito al sodo perché so che le mamme di tempo ne hanno sempre poco. Come faccio a saperlo? Sono mamma da quasi 5 mesi di Giovanni: un bel caratterino e tanta energia da investire in questo mondo tutto nuovo, dopodiché immagino di moltiplicare il dispendio di energie mentali, fisiche ed emotive per due, tre, quattro..a seconda di quanti di questi mostriciattoli avete scelto di avere con voi. Premesso questo, da dove iniziare? 

Credo che avere un figlio sia una delle esperienze in assoluto più sconvolgenti e coinvolgenti che si possano fare nella vita, non esiste secondo me qualcosa di paragonabile all’impatto che ha l’arrivo di un figlio (e chissà più di uno) nella nostra vita. Qui parliamo di una valanga di emozioni, miste a fatica fisica e assestamenti pratici di vario genere.. Dai più corporei a quelli che riguardano il riassetto degli spazi nella casa in cui vivevamo in coppia o single. Morale della favola si arrivano a sperimentare picchi di felicità mai provati, picchi di stanchezza (fisica e mentale) mai nemmeno immaginati, momenti di autentica disperazione e di commozione pura, e tra grande gioia e grande sconforto ci si sente a volte un po’ sballottati. E vogliamo parlare delle preoccupazioni?! Improvvisamente sentiamo di avere nelle nostre mani una responsabilità inimmaginabile: la vita di un altro essere umano. E nascono mille domande nella nostra testa che non ci abbandonano mai: starà bene? Non starà bene? Ho fatto bene a fare così? O Dio no..potrei aver sbagliato.. Ma chi lo sa??? 

E poi molto presto può arrivare il senso di colpa. Ogni volta che pensiamo di essere state troppo nervose, troppo stanche, troppo egoiste, troppo superficiali ( non abbiamo pensato a tutte le cose a cui dovevamo pensare!)  troppo assenti, troppo cattive!  Ad esempio se ci vengono i cinque minuti dopo una giornata coi pargoli urlanti o al ritorno dal lavoro e sorge il remoto pensiero di lanciarli dalla finestra..vi riconoscete?? sii?! Allora siete proprio come me e come tante mamme che conosco. Niente di patologico tutto normale! Ma soprattutto i nostri bimbi non hanno bisogno di una mamma sempre buona, sempre disponibile, sempre paziente! Winnicott, pediatra e psicoanalista, che ha studiato in modo approfondito il rapporto madre figlio (possiamo fidarci!), parla di una mamma “sufficientemente buona” e io dalla nascita di Giovanni ho capito quanta saggezza sta dietro questo pensiero perché con la nostra umana imperfezione nell’ esercitare il lavoro di mamme, abbiamo un gran bisogno di sapere che va bene così.. Che non roviniamo i nostri figli per un momento di nervosismo o di assenza, e che anche se non siamo infallibili non siamo un totale fallimento! Eh si a volte ci passa per la testa pure questo! 

Questo studioso geniale e saggio saggissimo uomo, è riuscito a smantellare la figura di madre fonte di un perfetto e infinito amore priva di distrazioni, lacune, imprecisioni, dando il “permesso di essere” alla mamma vera, imperfetta ma sana e affettivamente presente. La madre “sufficientemente buona” è per Winnicott una donna spontanea, autentica e reale che, anche con ansie e preoccupazioni, stanchezza, sensi di colpa, momenti di nervosismo e anche rabbia! È’ in grado di dare ai propri figli sicurezza e amore.. Rispondendo ai loro bisogni. Questo non significa che non possiamo migliorarci come mamme, ma che invece di rimanere imprigionate nell’autobiasimo dei sensi di colpa, possiamo accogliere con compassione e realismo i nostri limiti e le nostre legittime imperfezioni e partire da questa consapevolezza per fare del nostro meglio.

Detto tutto questo, da mamma psicologa ci tengo a dire che ci sono casi in cui il senso di colpa e la vergogna di non essere all’altezza di certi standard che abbiamo nella testa e nel cuore, impediscono di chiedere aiuto anche in circostanze in cui sarebbe meglio farlo. Ammettere che avere un figlio/ dei figli non è proprio una passeggiata e che in questo momento non riusciamo a gestire tutto il pacchetto di emozioni/preoccupazioni/stanchezza fisica da sole, non è e non deve essere una vergogna o uno spunto per ulteriori sensi di colpa. Se una mamma si sente troppo giù, troppo stanca, troppo in ansia..troppo tutto! Può e deve chiedere aiuto. Ad amici, parenti o allo psicologo/psicologa.. Ricordando che a volte prendersi cura di noi stesse è il modo migliore di prenderci cura dei nostri figli.


La differenza tra una madre buona e una cattiva, 

non sta nel commettere errori,

ma in ciò che si fa degli errori commessi.

D.W. Winnicott